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Rete Natura 2000
Ambiente

La Rete Natura 2000

Lo sapevi che nel mondo si pensa vivano tra 4 e 100 milioni di specie diverse di esseri viventi e nonostante ciò ne sono conosciute solo 1,5/1,8 milioni? Inoltre, si stima che ogni giorno ne scompaiano 50.

Nell’articolo in cui spieghiamo cos’è la biodiversità, concludiamo il discorso dicendo che per la salvaguardia delle specie in via d’estinzione sono state istituite delle aree protette. Nello specifico in Europa è stata costituita la Rete Natura 2000, in cui vigono delle precise regole.

Ma quali sono le cause di estinzione di queste specie? In cosa consistono queste aree protette? Dove le troviamo? Cos’è la Rete Natura 2000? Te lo spieghiamo in questo blogpost.

I problemi e le cause

Che la biodiversità sia minacciata da più fattori, al giorno d’oggi purtroppo non è più una novità. Ma lo sai che a capo di questi fattori c’è l’attività dell’uomo? Guardando nello specifico, la diversità biologica viene costantemente minacciata da: trasformazione del territorio, sfruttamento non sostenibile di essa, immissione di specie animali e vegetali invasive, inquinamento e cambiamenti climatici.

Attraverso questi fattori, diretti o indiretti che siano, le attività umane alterano i movimenti degli individui, modificando le relazioni tra esseri viventi ed ambiente, diventando la prima causa di estinzione di molte popolazioni e specie (la popolazione è un gruppo di individui della stessa specie che occupa una determinata area).

Analizziamo però i problemi principali:

1.Perdita di habitat

In testa alla classifica, la principale e più grave causa di estinzione delle specie, è la distruzione degli habitat (area nella quale le sue caratteristiche ambientali permettono ad una specie di vivere), provocata dall’aumento della popolazione umana e dalle attività ad essa collegate. In particolare l’espansione dei terreni coltivati.

Dal 2000 al 2010 la perdita di superficie forestata è stata dell’1.3% di quella dell’intero pianeta, ovvero 52 milioni di ettari persi (dati FAO – Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura).

Inoltre, la problematica si aggrava quando i terreni coltivati vengono destinati ad una singola coltura. In questo caso, infatti, riservando degli ampi spazi ad una sola coltivazione, l’ambiente viene modificato causando una notevole perdita di biodiversità.

Andando un po’ più nello specifico, nei secoli si è andati a valorizzare determinate specie di colture dalla resa maggiore, passando così, ad esempio per il grano, da centinaia di specie coltivate a meno di una decina.

Un altro esempio a noi vicino, dato che abitiamo in Veneto, è la vasta e diffusa presenza di vigneti. Per quanto le distese di filari siano bellissime da vedere ed economicamente redditizie, a livello ambientale impediscono ad una grossa fetta di biodiversità di svilupparsi.

Ad ogni tipologia di coltura, infatti, sono associati alcuni animali: nel momento in cui vengono creati ambienti con solo una tipologia di coltura, si vanno ad escludere gli animali tipici degli habitat creati dalle altre.

Sarebbe errato però soffermarsi solo sugli ambienti terrestri, perché anche quelli acquatici vengono alterati dall’inquinamento dei corsi d’acqua, dalla bonifica delle aree umide, dalla distruzione della barriera corallina, ecc…

Osservando ancora una volta vicino a casa nostra, uno dei problemi principali risulta essere l’eutrofizzazione degli ambienti acquatici dovuta all’utilizzo di fertilizzanti, detergenti e scarichi industriali che finiscono in acqua, non solamente dolce ma anche marina. Un esempio è il mare Adriatico Settentrionale, che riceve tra tutti il deflusso del Po, fiume che attraversa la Pianura Padana e porta con sé gli scarichi delle numerose attività più o meno industriali che la caratterizzano.

Ma cos’è l’eutrofizzazione?

È quel fenomeno causato da un’elevata concentrazione di sostanze nutrenti nell’acqua, le quali provocano un aumento spropositato di alghe. Quando ad esempio vengono sversati dei fertilizzanti nei corsi d’acqua, questi ultimi si riempiono di quelle sostanze nutrienti che il coltivatore utilizza per favorire la crescita dei suoi raccolti, che in acqua però causano la crescita eccessiva delle alghe. Lo sviluppo di queste attira un gran numero di batteri che di conseguenza privano di ossigeno gli altri esseri viventi, impedendogli di vivere in quegli ambienti.

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Foresta Umbra, Gargano, Foggia - Sito Rete Natura 2000

2. Specie invasive

Un altro problema che gravita sulla perdita di habitat e di biodiversità, è l’introduzione di specie invasive nell’ambiente da parte dell’uomo, sia volontariamente che involontariamente.

In questo caso vengono trasportate delle specie dal loro ambiente tipico ad uno in cui naturalmente non sono presenti. Dopo il trasferimento, che molte volte avviene indirettamente attraverso gli spostamenti dell’uomo (come ad esempio, per le specie marine, con le acque di zavorra delle navi che spesso arrivano a spostarle da una parte all’altra del pianeta), alcune non sopravvivono in quanto non capaci di adattarsi, altre invece si stabiliscono e si diffondono, aiutate dal fatto che si trovano in un ambiente privo dei loro predatori o parassiti, arrivando a causare l’estinzione delle specie autoctone (originali di quell’ambiente) più sensibili.

Ciò comporta alterazioni ecologiche non da poco, creando danni sia alla struttura che al funzionamento di un intero ecosistema. Basti pensare ad una specie che prende il sopravvento in una determinata area e che per cibarsi distrugge gli equilibri di un ecosistema non abituato ad ospitarla, entrando in competizione con le specie del posto e facendole perire.

Degli esempi di specie invasive che hanno causato danni agli ecosistemi ce ne sarebbero molti da citare, ma per riportare uno tra i più conosciuti parliamo della peronospora della vite. Si tratta di una malattia causata da un fungo arrivato accidentalmente in Europa dall’America verso la fine dell’Ottocento e che colpisce gravemente le nostre viti.

Chi ne risente di più?

Una specie può essere più o meno diffusa geograficamente e ovviamente quelle meno diffuse, e quindi caratteristiche di una determinata regione, sono anche le più vulnerabili e suscettibili all’estinzione. Nel momento in cui viene perso l’habitat in quell’unica area, è persa anche la specie.

Altre tipologie di specie suscettibili sono quelle che migrano e che di conseguenza necessitano di due habitat per poter vivere e riprodursi. Nel momento in cui viene perso uno dei due, queste non possono sopravvivere. Per loro, inoltre, sono un problema grave anche le barriere alla migrazione, ad esempio le dighe nei fiumi, in quanto gli impediscono alcune fasi vitali, come la riproduzione.

Cosa fare quindi?

Per un ideale piano di conservazione di una specie, gli esperti calcolano gli individui minimi che essa deve avere per potersi assicurare la sopravvivenza a lungo termine e poi l’area di habitat idoneo a sostenere questa popolazione minima.

Il modo migliore per conservare la biodiversità, quindi, è quello di proteggere sia gli habitat che le comunità (l’insieme di tutte le popolazioni di specie diverse che vivono e interagiscono in un ecosistema).

Le aree protette perciò sono sempre più indispensabili per la salvaguardia della biodiversità. Ma i parchi singolarmente non bastano: perché diano il massimo beneficio è necessario farli interagire tra di loro e integrarli. Per questo motivo si è pensato ad un sistema di aree protette, una rete ecologica.

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Laghi di Revine, Treviso - Sito Rete Natura 2000

La Rete Ecologica

Poiché un parco isolato non basta, con la rete ecologica si crea un sistema di aree protette connesse tra di loro attraverso dei “corridoi”, delle aree che, rispettando le proprie caratteristiche naturali e antropiche, fungono da connessione tra i parchi. In questo modo le specie possono spostarsi, ottenendo così uno scambio genetico.

La Rete Natura 2000

Per quanto riguarda nello specifico il nostro continente, l’Unione Europea si è mossa mettendo in atto uno strumento per la conservazione della biodiversità: la Rete Natura 2000. Si tratta di una rete ecologica, resa possibile dalla cosiddetta Direttiva Habitat (Direttiva 92/43/CEE), per garantire il mantenimento delle specie rare o minacciate all’interno dell’UE.

Le aree facenti parte di questa rete non escludono le attività umane, ma tengono conto delle esigenze economiche, sociali e culturali, nonché delle particolarità regionali e locali, riconoscendo il valore di tutte quelle attività tradizionali che hanno consentito il mantenimento di un equilibrio tra attività naturali e antropiche. Un esempio sono i pascoli, che permettono la sopravvivenza di alcune specie sia animali che vegetali, le quali soccomberebbero in un paesaggio totalmente naturale.

La Rete Natura 2000 è formata da Siti di Interesse Comunitario (SIC), segnalati dai singoli Stati, che successivamente vengono definiti come Zone Speciali di Conservazione (ZSC), e comprende anche le Zone di Protezione Speciale (ZPS). Queste ultime sono state istituite con la Direttiva Uccelli per la salvaguardia degli uccelli selvatici.

In queste aree sono da evitare comportamenti come:
  • l’introduzione di specie invasive,
  • la raccolta incontrollata di funghi e tartufi (e di piante in genere),
  • l’inquinamento delle falde ed azioni che in generale comportino modifiche strutturali dei bacini idrografici e/o l’alterazione degli equilibri idrologici e del regime idraulico dei corsi d’acqua, come ad esempio lo sbarramento di questi ultimi, l’urbanizzazione o la cementificazione degli argini.

Le aree protette rientranti nel progetto della Rete Natura 2000 in Veneto ricoprono il 22,5% del territorio regionale e degli esempi sono il Fiume Sile, la Foresta del Cansiglio, il Delta del Po, i Laghi di Revine, i Colli Asolani, la Laguna di Venezia, il Montello e molti altri che potete trovare a questo link.

In conclusione

Daniele Pernigotti, nel suo libro “Con l’acqua alla gola”, dice “la perdita di biodiversità non ha solo un impatto emozionale […]. Ma quel che deve allarmarci ancor di più è la perdita di ricchezza biologica, la scomparsa di un patrimonio genetico frutto di un lungo percorso evolutivo. Rappresenta anche un impoverimento della complessa rete dell’ecosistema. Dobbiamo ricordare che ogni essere vivente stabilisce delle relazioni particolari con gli animali e le piante circostanti”. 

Dopodiché riporta il paragone di un ecosistema alla complessa società umana, dove ognuno ha un compito per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Domanda quindi cosa succederebbe se una figura professionale sparisse dalla terra, come ad esempio lo spazzino, il pilota di aerei, il poliziotto o l’insegnante. Certo ci adatteremmo, ma quali effetti subirebbe la struttura sociale? E se sparissero tutte e quattro le figure insieme?

Pensiamoci.

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2 commenti

  • Roberto

    Buon articolo, corretto e scorrevole.
    Diffonde e volgarizza (=rende accessibile ad un vasto pubblico) nozioni scientifiche e complesse…
    Lodevole l’intento divulgativo.
    Sarebbe interessante conoscere l’entità economico – finanziaria messa a disposizione dalla UE e quanto i vari Stati sono impegnati nella realizzazione di un si ambizioso, nonché fondamentale, progetto per la sopravvivenza del pianeta.

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